Luigino  Giovannelli

Un  rivisondolese  D.O.C.

Estate 1990. Non era stato facile sino ad allora resistere alla dolce insistenza con la quale le nipotine chiedevano a nonno Luigino di raccontar loro particolari di quando era bambino: nonno, quali erano i tuoi giocattoli, quali i regali che ricevevi a Natale, cosa facevi a scuola ?.

Le "interviste" ai nonni venivano incentivate alle elementari, e le domande dei piccoli erano semplici ed ingenue. Per le più piccole (Chiara ed Adriana) era sufficiente sentir raccontare dei boschi e dei loro abitanti, delle mucche nelle stalle, degli agnellini al pascolo e la loro fantasia galoppava in un mondo incantato, ove nonno Luigino, sornione, le trasportava pian pianino sull'onda del racconto, e sorrideva con loro quando le bambine mostravano meraviglia e divertimento nell'ascoltare di un vissuto tanto diverso da quello a loro usuale: "... I dolcetti, rari, soltanto alla festa di S.Emidio, i pennini che spargevano inchiostro in ogni dove, la TV dei ragazzi che non c'era !!! ".Per la più grandicella, Francesca, che conosceva queste storie, al limite tra la realtà e la favola, per averle ascoltate già tante volte, esse non erano più sufficienti; voleva sapere del perchè di quelle foto in divisa, del berretto con la penna nera, di quella foto dove nonno sembrava uno della banda Bassotti, con la giacca a strisce evidenti, e quel numero sul petto. A queste domande i chiari occhi del nonno si velavano appena percettibilmente, subito ravvivati nello sguardo eccitato iniziando a raccontare della scuola Alpina a Predazzo, delle gare di sci, dei salti dal trampolino Roma a Roccaraso ... ma dell'Africa accennava, e di rado, solo alla sete, al deserto, alle gazzelle ... la consegna del silenzio non permetteva deroghe. Ma in quelle giornate dl luglio del 1990, ancora gagliardo ottantenne, riempì diciotto cartelle dattiloscritte, tracciando le fasi salienti della sua vita, che consegnò alla nipote adolescente, Francesca, appena qualche anno  dopo.

Con pudore tracciò rapidamente gli anni della gioventù, già tante volte raccontati, sottolineando soltanto la caparbia determinazione al riscatto della condizione sociale sino ad allora sopportata.

La storia s'incentra prevalentemente sull'avventura in terra d'Africa, dove giovane fra tanti, fu abbagliato dal sogno che la propaganda dell'epoca propinava alle forze armate, e non solo, italiane. E Luigino, componente di un reparto scelto delle Fiamme Gialle, non restò insensibile ai canti delle sirene ammaliatrici. In queste pagine ne riportiamo integralmente il contenuto, desiderando infatti che queste righe restino impregnate dello spirito che portarono questo rivisondolese d.o.c. a lasciare per iscritto quanto, sino ad allora, non aveva mai raccontato.

Ed ecco la storia di un figlio del suo tempo, figlio degli  Altipiani Maggiori d'Abruzzo, che ha scritto, non solo metaforicamente parte della storia anche dell'Altipiano Etiopico, tanto lontano dalle nostre cime innevate.

- ONORE AL MERITO -

 CARA FRANCESCA,

da giorni tu mi chiedi il curriculum della mia vita.

Io non sono un letterato, le mie parole sono semplici, non occorre

il vocabolario per conoscere il significato.

            TI ACCONTENTO:

Incomincio da quando ero bambino. Ero abbastanza discolo, mia madre

mi portava sempre con se quando andava alla terra a portare il con=

cime per migliorare la crescita del grano, patate, piselli,fagioli ed altro. Io mi rendevo molto utile nei piccoli servizi, come andare a

prendere l'acqua alla fontanella.

IL 13 gennaio 1913,fece il terremoto, noi eravamo in 5,tutti piccoli, Giorgio, Emilia, Nicola; Rosaria era la più grandicella per aiutarci;

tutti aravamo attaccati alla gonna di nostra madre per la salvezza.

Andammo a S. Liberata, per essere sicuri di non andare a finire sotto

le macerie. Il terremoto finì. Tornammo a casa.

IL 24 maggio 1915,scoppiò la prima guerra mondiale,io avevo appena 5

anni. Al compimento del sesto anno di età andai a scuola; tutto il mio necessario era composto da una cartella fatta di stoffa con uno spal=

laccio senza fronzoli,un quaderno a righi e uno a quadretti,

una penna (non biron) che si intingeva al calamaio e una matita detto lapis nero per incominciare a fare le aste. Era periodo di guerra

tutto ciò che i bambini hanno oggi a quell'epoca era soltanto un sogno.

Avevo 8 anni, mio fratello Nicola faceva il pastorello,era con un pastore (pecoraio) sulla Maiella vicino alla cima di MONTE AMARO a circa 2500 metri sul livello del  mare; qui si  potette ammirare tutte le bellezze della terra abruzzese.

Si dice che lo studio è la via del sapere, il mio sapere di scuola elementare era talmente poco. Finita la scuola, la terza elementare, mio padre, pastore (non di anime) ma di pecore, mi prese con se perchè occorreva al fabbisogno di famiglia. Avevo nove anni, incominciai a girare tutti i boschi della zona di PALENA, di PIZZOFERRATO, di GAMBERALE, di S. PIETRO AVELLANA, di CAPRACOTTA, PESCOPENNATARO e parte di quello di ROCCARASO.

Il bosco era la mia città.

 


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i Racconti  

   

Mio padre era un uomo molto accorto, e non sopportava i soprusi dei padroni; ne aveva cambiati parecchi. Questi padroni di allora, oggi sono tutti falliti.

Il mio  stipendio si aggirava intorno alle 30 (trenta)lire mensili. Così ebbe inizio la mia vita per la via del TRATTURO, primavera e autunno. Mi spiego meglio: in autunno, nel mese di ottobre, si partiva per le PUGLIE, e a primavera, nel mese di maggio, per l'Abruzzo nelle varie località descritte avanti.

Questo avanti e indietro durò per otto anni fini all'età di 18 anni. Nel 1928, mi misi a lavorare conducendo un carretto per trasportare ghiaia, sabbia e pietre sulla strada nazionale. L'inverno mi recavo a spalettare la neve sulle strade. sulla ferrovia e al Piano delle Cinquemiglia fino a Roccapia. Il mio mezzo di locomozione era "il Cavallo di S.Framcesco".

Mio fratello maggiore, Nicola, che aveva fatto il soldato a Genova  e trovato l'impiego, mi ispirò di fare domanda di arruolamento nel Corpo delle Guardie di Finanza.  Fui fortunato, mi presero  e  mi

 

Foto a cavallo tra ottocento e novecento, che ci mostra un gregge alla Posta del Pratello.

In primo piano due giovani pastori, di cui il più piccolo, dedicato alla logistica, porta  per la "capezza"  un somarello con la "varda" sulla groppa.

mandarono alla Scuola Alpina di Predazzo, ove frequentai un corso di sei mesi, compreso  il Corso Sciatori a Passo Rolle.

Il mestiere che facevo da pecoraio mi era diventato odioso, tanto era il sacrificio che sopportavo, solo pensando che dovevo affrontare il viaggio a piedi due volte all'anno per le seguenti località: Manfredonia, Foggia, Torremaggiore ed altre piccole località vicine. Un po' di istruzione me la faceva mio padre, aveva una discreta cultura. Per letture mio padre aveva un libro "IL GUERRIN MESCHINO" che io leggevo sempre per passare il tempo con la lettura; non avevo altri libri da leggere.

Da Predazzo, dopo frequentato il corso fui inviato a Milano, da qui mi mandarono a SERNIO (Sondrio), poi nelle seguenti località: Madonna di Tirano, Gordona, S.Martino Val Masino

Sede della Scuola Alpina della Guardia di Finanza

PREDAZZO (Tn.)

 

ove sono le terme; l'acqua viene fuori dalla montagna a circa 50 gradi di calore. Confine italo-svizzero.

ANNO 1933: dalla Legione di Milano mi trasferirono a Genova nelle seguenti destinazioni: Ponte dei Mille, Sampierdarena, Cornigliano, Rocchetta Nervina sul confine italo-francese.

Poiché ero infatuato della vita avventurosa, feci domanda per andare in Africa Orientale (Abissinia), domanda che mi venne accolta, e nel mese di novembre 1938 partii per l'Africa, imbarcandomi a Brindisi sulla nave DUCHESSA D'AOSTA. I miei genitori rimasero molto dispiaciuti della mia decisione di andare in Africa, dove c'era anche il mio fratello Giorgio, che era partito nel mese di maggio dello stesso anno.

I  miei genitori vedevano tanti pericoli nei loro pensieri, ma io li rincuorai dicendo loro che pericoli da affrontare non c'erano per il lavoro che io dovevo fare. Ma il pericolo era all'ordine del giorno.

Sbarcai a MASSAUA e mi mandarono ad ASMARA per le decisioni di assegnazione definitiva al reparto. Da qui mi trasferirono ad ADIS ABEBA, che in abissino vuol dire NUOVO FIORE. Lungo il viaggio da Asmara ad Adis Abeba passai in quei luoghi dove nel 1896 si svolsero cruente battaglie tra le truppe italiane ed abissine dell'imperatore MENELIK (truppe italiane comandate dai generali BALDISSERA, ARIMONDI, LA BORMIDA, GALIANO e TOSELLI sull'AMBA ALAGI), zona strenuamente difesa dal DUCA D'AOSTA AMEDEO DI SAVOIA, VICE RE D'ETIOPIA nell'anno 1941, mese di maggio, ove cadde prigioniero degli Inglesi, e morì a Nairobi in Kenia il 2 marzo 1942.

Da Adis Abeba, dopo 3 mesi di sosta, con un premio di giorni sei di prigione perchè avevo tagliato i gambaletti alle scarpe, mi mandarono al Governo dell'HARAR, e qui si cominciava a sentire aria di guerra.

HARAR era una bella zona, sembrava non Africa ma Europa; vicino c'era un piccolo monte chiamato MONTE ACHIM (Dottore) - la leggenda diceva che MENELIK vi passava un periodo di cure.

Il 10 giugno scoppia la tempesta del secondo conflitto mondiale.

Il primo agosto del 1940 mi mobilitarono per la campagna di guerra verso il SOMALILAND (Somalia Inglese), il 7 dello stesso mese fu occupata la cittadina di ARGHEISA, posticino ideale per gli Inglesi, tutte villette e zona salubre. Qui racconto un particolare: comprai una gallina senza sapere quanti anni avesse, la pagai 7 lire, la mangiammo in 7 persone, era il giorno sette del mese di agosto del 1940; non cuoceva mai tanto era dura, poiché non avevamo altro rosicchiammo perfino le ossa.

Il Comandante del plotone era il Ten. PUCCI Ildebrando, e noi eravamo la sicurezza a protezione del Comandante delle operazioni di guerra, Generale DE SIMONE, GOVERNATORE DEL GOVERNO DELL'HARAR.

 - immagini dalla rete -

[sopra] Cartolina di propaganda che, con la retorica tipica dell'epoca, simboleggia il Comando Truppe del Governo dell'Harar, da dove, nell'agosto del 1940 partì l'offensiva italiana per la conquista del Corno d'Africa.

Luigino, in forza al plotone della sicurezza al Generale C. De Simone, faceva parte della colonna di centro, composta dalla XIII, XIV e XV Brigata Coloniale. Base di partenza Jijiga [Giggiga] - obiettivo Berbera.

Anche la cartolina sulla sinistra, è tipica della retorica degli anni caratterizzati dalla mobilitazione in A.O.I.

Per chi desidera rivivere l'atmosfera del periodo, che ha segnato profondamente la vita di tanti giovani italiani, proponiamo l'audio originale di quella marcetta, caricata di altri significati nel panorama politico italiano degli anni del Ventennio.

[cliccare sull'immagine o sul titolo]

In questa immagine noi rivediamo la ragazza che andava in sposa secondo le usanze locali, e che Luigino ha descritto in un addendum, quasi a stemperare  l'atmosfera di guerra  narrata sino a  quel momento.


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i Racconti  

   

Bombardamenti aerei e cannonate non mancavano mai,si era sempre in pericolo di vita; fame e sete non mancava mai,tanto era la sete che bevetti perfino acqua impastata di nafta, era l'acqua per il raffreddamento del motore della macchina.

Fortuna volle che arrivò un'autobotte piena di acqua per abbeverare i muli, mi rivolsi all'ufficiale se poteva darmi due bidoni di acqua per preparare un po’di vitto. Prima dovevano bere i muli, il resto per noi.

L’abbeverata, si faceva dentro un grande telone che fungeva da abbeveratoio.

Dopo dissetate le bestie potei avere non 2 ma 4 bidoni; pensando che in quel telone avevano bevuto i muli e l’acqua era bavosa, ma purtroppo la necessità non conosce ostacoli, bevemmo e facemmo pure da mangiare.

Si dava precedenza ai muli perché servivano per portare tutto il necessario per la truppa. C'era per terra un mulo nazionale, portai una tanica d’acqua che bevétte, in un baleno, si alzò ma ricadde tanto era debole non si reggeva in piedi,noi partimmo e chissà che fine fece, forse servì per pasto a iene e sciacalli.

Ogni giorno ci si avvicinava al luogo più cruento delle difensive degli Inglesi.

 Il sole spuntava sempre alla stessa ora, ore sei, l'ora di orientamento per ricominciare con gli ordigni di morte.

La linea degli Inglesi fu travolta a prezzo di sacrifici di vite umane da ambo le parti. I Monti GIBRIL furono occupati, e la marcia continuava verso BERBERA, ma molti ostacoli erano avanti a noi.

LAFARUG!! zona del diavolo [N.d.R. 30 km a nord di Berbera], se la testa non era ben protetta dal casco si rimaneva stecchito, sete, sempre sete a non finire 50 gradi all'ombra. Vitto sempre poco, quello, che ci manteneva era il morale per giungere alla meta. In questa zona, in seguito ad un bombardamento al tramontar del sole fatto dagli Inglesi si creò un grande scompiglio; mi salvai per miracolo; perdetti il casco, la giubba e lo zaino per raggiungere un posto protettivo, mi infilai sotto un camion, fortuna volle che non fu colpito altrimenti sarei saltato in aria; era carico di materiale bellico.

 - immagine dalla rete -

Superata Hergeisa, il plotone oltrepassa  la zona impervia del passo di Tug Argan con l'aiuto dei fidati muli nazionali.

La mia fortuna fu che avevo una bustina e con questa mi ricoprii il collo e 1a testa, e con questa feci tutta il resto fino a BERBERA, ove trovai un casco lasciato degli Inglesi.

Sfondate tutte le difese inglesi, finalmente si arrivò a BERBERA, la notte verso mezzanotte; era un ammasso di rovine e fuoco; gli Inglesi prima di allontanarsi bombardarono ed incendiarono tutto quello che potevano distruggere.

La guerra è fatta così: in caso disperato si distrugge tutto per non lasciare materiale al nemico.

Sette giorni di tregua e riposo per noi, ma sempre allerta per non essere sorpresi da qualche brutto tiro.

Dopo questa sosta di nuovo partenza per altre zone da occupare. Si doveva raggiungere una zona non tanto sicura per noi; ma non dovevano esistere ostacoli; si era in guerra e si doveva ubbidire a qualsiasi costo.

Si doveva raggiungere ERIGAVO e da qui un’altra zona. Come DIO volle si arrivò ad ERIGAVO.

Di qui un altro ordine, si doveva partire per HEIS sul Mar Rosso, altri cinque giorni di viaggio passando per zone impervie e piene di pericoli.

Il tenente che comandava era un bravo ufficiale, giovanissimo ma poco esperto di Campagna d’Africa; si raccomandava a noi veterani; sopportava rassegnato tutti i sacrifici ubbidendo ciecamente agli ordini che riceveva.

 Come DIO volle arrivammo ad HEIS, posto  molto importante ma pieno di insidie per noi. Quello che rinfrancava il nostro spirito era il  mare, ma suscettibile di sorprese, navali ed aeree.

Vitto sempre scarso perché eravamo lontani dal servizio logistico (sussistenza) dovevamo provvedere da noi. Quello che consolava era essere vicini al mare, per pescare quel tanto per poter vivere; si prendevano pescecani, aguglie, murene quando c'era la bassa marea sotto ai scogli, istrici, pellicani e marmotte; di rado qualche antilope (gazzelle) e tutto quello che ci veniva a tiro per poter sopravvivere.

Marce forzate di giorno e di notte, a sorvegliare la linea lungo la riva del mare per non ricevere sorprese di incursioni da parte degli Inglesi. Le sorprese erano sempre in agguato.

IL 24 DICEMBRE 1940 la sentinella segnalò allarme navale; tutti andammo alle postazioni per la difesa in caso di sbarco degli Inglesi. Io comandavo una squadra composta da dieci ascari ed un collega nazionale, pronti ad ogni eventualità. La nave si avvicinava sempre più e aprì il fuoco cannoneggiando senza tanti complimenti  dandoci il saluto  mattiniero; poiché non

 - immagine dalla rete -

Nella cartina sono evidenziate le direttrici lungo la quali si svolsero le operazioni di attacco delle Forze Armate Italiane in A.O.I. , con avvio il

3 Agosto 1940

Luigino percorse la direttrice di centro, in quanto componente del reparto speciale interforze, preposto alla protezione del Comandante delle Operazioni di Guerra, Generale C. De Simone.

vedevano nessun movimento stavano per mettere una scialuppa a mare; io ero occultato molto bene e aprii il fuoco con la mia micidiale mitragliatrice Schwarzlose, alla distanza di 150 metri circa; ritirarono la scialuppa e misero la cortina fumogena che occultò tutta la nave per non essere colpita, sviando la nostra mira; nel contempo anche le altre due mitragliere aprirono il fuoco. La nave si allontanò cannoneggiando.

Danni pochi, paura tanta. Dopo questa incursione navale, gli Inglesi vista la nostra reazione, diedero la risposta il giorno successivo. Noi ci mettemmo in allerta in caso di altra sorpresa, prendemmo le nostre precauzioni, arretrammo di ca.500 metri dalla riva del mare, zona protettiva.

IL 25 DICEMBRE 1940 la sorpresa; verso le ore 12:00, gli inglesi credevano di sorprenderci nell’ora del pranzo; arrivarono con nove apparecchi da bombardamento buttando bombe di grande potenza, fra le quali una bomba creò un pozzo, ma purtroppo l’acqua era salata.

Questa era la risposta del giorno prima; sulla nave ebbero morti e feriti, lo seppi quando mi fecero prigioniero, lo disse il capitano inglese che parlava l’italiano ed aveva la moglie in Italia, in Toscana.

Dopo queste incursioni non avemmo più tranquillità, ma le giornate si presentavano calme, ma la calma in tempo di guerra è la più pericolosa.

- immagine dalla rete -

Ulteriore cartolina di propaganda, che rappresenta una postazione di mitragliatrice SCHWARZLOSE 8X50, la medesima utilizzata da Luigino nell'azione descritta nel capoverso precedente.

IL 2 GENNAIO 1941, la vedetta segnalò un’altra nave più grossa della prima; ormai eravamo sottobersaglio. La notte io ed un altro collega avevamo fatto il pane con farina amara, lui aveva portato il pane, io rimasi per preparare un po’ di caffé se caffé si poteva chiamare; presi il binocolo, si vedeva il pennacchio, non la sagoma della nave.

Speravo che la casseruola bollisse, ma niente affatto; riguardai e comparve la sagoma, non c’era da perdere tempo, lasciai tutto; non avevo fatto neanche 400 metri arrivò la bordata colpendo proprio dov’erano le nostre piccole riserve, acqua forno e il nostro piccolo magazzino viveri. La nave era troppo lontana, non si poteva reagire con le mitraglie. Nella posizione in cui eravamo non potette arrecarci alcun danno, ma la nostra riseva finì tutta, e così finì anche la nostra tranquillità vicino al mare.


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i Racconti  

   

IL RIPIEGAMENTO

APRILE 1941, cominciarono ad arrivare notizie sconcertanti, noi eravamo quasi isolati, non si aveva speranza di nessuno aiuto. Fu captato un ordine di ripiegamento verso la Somalia Italiana, gli Inglesi ci avevano tagliato fuori dalla linea delle difese italiane. Quello che ci preoccupava erano i ribelli in favore degli Inglesi, che tenemmo a bada sino ad allora. Ci mettemmo in ritirata; con immenso sacrificio riuscimmo ad arrivare nella Somalia Italiana dopo sette giorni di marce forzate. Lungo il cammino non dico quello che si soffrì !!. Sete, caldo torrido e sempre a piedi, e pochi generi alimentari per poter vivere.

Un ascari che conosceva la zona indicò uno uadi(letto di un fiume secco) e sotto ci doveva scorra l'acqua; picconi e badili scavammo un pozzo tutto la notte, finché l'acqua fu trovata, acqua freschissima. Facemmo rifornimento per quello che poteva servire tutta la giornata. Si ripartì subito perchè gli Inglesi sapemmo che ci incalzavano.

Di notte si arrivò  in una zona paludosa ove vi erano delle polle d'acqua, immersi la borraccia dentro e la riempii, tanta era la sete senza guardare se l'acqua era bevibile; per prevenzione misi un fazzoletto come  filtro; guardai e vidi che vi erano vermetti che si muovevano; non succese niente, nessun disturbo viscerale. Tanta era la sete, che non si guardava tanto per il sottile.

FINALMENTE si arrivò alle oasi di Amuhr nella Somalia Italiana nella Valle Migiurtinia; acqua freschissima, ci ristorammo alla meglio che si potette, ma un'altra sorpresa ci aspettava.

Un ascari della mia squadra mi disse che i DUBAT davano segni di ribellione; l'ascari era eritreo, e non faceva conbutta con i Dubat; lui seguì la nostra sorte.

Con il comportamento astuto e coraggioso del Capitano Coglitore e del Brigadiere Rucchio riuscimmo ad arginare la situazione abbandonando tutto per salvarci, mentre i Dubat si stavano dividendo  il bottino, di quel poco che era rimasto; non badavano ai nostri movimenti, aggirammo una collina e fu la nostra salvezza.

Iniziammo la nostra marcia forzata alle ore 14:00 del 25 aprile 1941, fino alla mezzanotte dello stesso giorno. Arrivammo a Bender Cassim (Boosaaso) sfiniti, ove trovammo altri colleghi scampati alla ribellione dei Dubat Carrim. Qui ritrovai il mio tenente (Ildebrando Pucci), che si si salvò dopo aver freddato, per difendersi, tre Dubat.

Ognuno raccontava la sua avventura. Non era finito.

Tutta la nostra difesa a Bender Cassim era di 40 uomini, tra cara=

- immagine dalla rete -

Cartolina della serie edita dalla "Rivista Militare", e dedicata alle uniformi delle Truppe coloniali. Il disegno di Bianchi Galangay raffigura un finanziere ascari.

binieri e finanzieri, ma demmo al nemico un bel pò di fastidio nella valle Migiurtinia, Purtroppo noi eravamo pochi.

5 MAGGIO 1941 dopo aver fatto una vigilanza agli avamposti, gli inglesi ci incalzavano, con i  miei Ascari mi dovetti ritirare di notte tempo, fatto il segnale di pericolo che il nemico stava avvicinandosi.

Ritornai alla base, e la mattina su di noi c'erano gli aeroplani, al largo del mare c'erano le navi più le truppe corazzate via terra; gli Inglesi prima di attaccarci ci intimarono la resa che noi, vista l'impossibilità di difenderci, accettammo dopo aver distrutto tutto il materiale bellico.

Questa data e l'orario mi riportavano alla mente l'entrata in ADIS ABEBA nel 1936, alle 16:30, del MARESCIALLO BADOGLIO.

 

Truppe coloniali italiane

 ricevono

l'onore delle armi

dai militari inglesi, dai quali sono stati fatti prigionieri.

- immagine dalla rete -

Alle ore 16:30 del 5 Maggio 1941 rimasi prigioniero; così finì il nostro sogno di vittoria.